
Prudenza” (phrónesis, nel greco di Aristotele) è la capacità di stabilire con sicurezza «che cosa si deve fare oppure no». Essa, come diceva Tommaso, è «recta ratio agibilium» (retto criterio riguardo a come vivere). Coincide con la genialità interpretativa che una coscienza ben formata sa esercitare sulle situazioni in cui vive. […]
Insieme alla prudenza è opportuno considerare l’ “abilità” o “arte”. Tommaso la definisce come «il retto criterio riguardo a come fare le cose» (recta ratio factibilium) [1]. Arte - in greco téchne, in latino ars - è la maniera adeguata di realizzare le cose: fare qualcosa a regola d’arte, significa realizzarla secondo quel che di meglio la tradizione ci ha suggerito ed esemplificato in proposito. Naturalmente chi possiede realmente un’arte, saprà innovarla, facendo rivivere la tradizione (in modo creativo, o anche polemico). Quel che ci interessa sottolineare è che l’uomo virtuoso o prudente, non potrà non tendere anche ad essere artista di quel che fa, cioè ad essere competente e appassionato, al punto da risultare creativo. Questo vale per il mestiere (anche il meno appariscente), per la professione, per la funzione sociale e politica, ma anche per i rapporti umani ed educativi. Senza arte – cioè, senza competenza operativa negli ambiti in cui agisce -, l’agente finisce per risultare negligente o per operare male, sia pur con buona intenzione.


Keith Jarrett,The Köln Concert, Part I
Il dolore morale melanconico “ (…) è caratterizzato da una singolare “immobilità”, dalla sua fissità: esso non si muove, resta identico a se stesso dal principio alla fine di un accesso melanconico. E appunto questa immobilità patologica lo distingue dal dolore morale quale interviene quasi fatalmente nella nostra vita: nella nostra vita tutto è in moto, procede dal suo dinamismo di fondo; e anche la sofferenza si pone sotto lo stesso segno. Essa resta tributaria di tale moto, come tutti gli altri fenomeni fondamentali dell’esistenza umana: non è, non può essere statica. Può durare, accumularsi, ma, anche in tale durata, è in moto” (E Minkowski). 
Husserl ha dato il nome di retentio, praesentatio e protentio ai momenti intenzionali da cui si costituiscono gli “oggetti temporali” passato, presente e futuro. Questi momenti sono inestricabilmente uniti l’uno all’altro e non devono essere considerati come sequenze temporali separate. Il Dasein, che nel mondo è trascendenza e si temporalizza, non consiste in una successione di istanti che si allineano uno dopo l’altro e si sommano; non è mai soltanto in un presente, ma si riferisce sempre anche ad un passato che su esso rifluisce e si precorre in un futuro. (Kuhn)
Là dove la temporalità è imprevedibile, dove nessuna esperienza del passato interviene a ridurre lo spazio dell’ancora e nonostante tutto possibile e perciò del sempre incombente assistiamo a una presenza che si ripiega in se stessa, che si restringe e che, in contrapposizione all’espansione dell’attività, quasi si accartoccia nel tentativo di esporre il minimo di sé all’imprevisto. (U Galimberti)
Lo stile del melanconico è quello della perdita. 
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Claude Achille Debussy, La Mer - I movimento
De l'aube à midì sur la mer (Dall'alba a mezzogiorno sul mare)