giovedì, 07 febbraio 2008

La prudenza e l'arte



Marcantonio Raimondi, La prudenza

Prudenza” (phrónesis, nel greco di Aristotele) è la capacità di stabilire con sicurezza «che cosa si deve fare oppure no». Essa, come diceva Tommaso, è «recta ratio agibilium» (retto criterio riguardo a come vivere). Coincide con la genialità interpretativa che una coscienza ben formata sa esercitare sulle situazioni in cui vive. […]

Insieme alla prudenza è opportuno considerare l’ “abilità” o “arte”. Tommaso la definisce come «il retto criterio riguardo a come fare le cose» (recta ratio factibilium) [1]. Arte - in greco téchne, in latino ars - è la maniera adeguata di realizzare le cose: fare qualcosa a regola d’arte, significa realizzarla secondo quel che di meglio la tradizione ci ha suggerito ed esemplificato in proposito. Naturalmente chi possiede realmente un’arte, saprà innovarla, facendo rivivere la tradizione (in modo creativo, o anche polemico). Quel che ci interessa sottolineare è che l’uomo virtuoso o prudente, non potrà non tendere anche ad essere artista di quel che fa, cioè ad essere competente e appassionato, al punto da risultare creativo. Questo vale per il mestiere (anche il meno appariscente), per la professione, per la funzione sociale e politica, ma anche per i rapporti umani ed educativi. Senza arte – cioè, senza competenza operativa negli ambiti in cui agisce -, l’agente finisce per risultare negligente o per operare male, sia pur con buona intenzione.

[1] Cfr. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I, q. 22, a. 2. L’ars è l’esatto risvolto, sul piano del fare esteriore (facere), di quel che è la prudenza sul piano dell’agire interiore (agere). E non a caso lo stesso Tommaso (cfr. Summa Theologiae, I IIae, q. 57, aa. 3-4) metteva in relazione, pur nella necessaria distinzione, queste due dimensioni operative.




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categorie: musica, arte, filosofia, wim mertens
martedì, 01 gennaio 2008


 Peter Cox, Dalkey Island Moonlight


C'è un'isola in me,
dove il vento soffia
di terra, e quando il mare urla
la sabbia impazzisce.

E c'è sempre luce, ma non è mai giorno.

Fernando Pessoa, L'isola in me

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categorie: poesia, letteratura, arte, pessoa
domenica, 28 ottobre 2007

Come il giorno


Il cuore mi scopri sotterraneo,
che ha rose e lune a dondolo
e ali di bestie di rapina
e cattedrali da cui tenta
altezze di pianeti l’alba.
 
Salvatore Quasimodo, Oboe sommerso



M Rothko, n. 8

Keith Jarrett,The Köln Concert, Part I



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categorie: musica, poesia, letteratura, arte, quasimodo, keith jarrett
sabato, 09 giugno 2007

Viaggio nella malinconia

alla mostra Il Settimo Splendore: la modernità della malinconia



George Frederic Watts, After the deluge

Mentre la tristezza si accontenta di una cornice di fortuna, alla malinconia serve un’orgia di spazio, un paesaggio sconfinato per diffondervi la sua grazia scontrosa ed evanescente, il suo male senza contorni che, nel timore di guarire, paventa un limite alla propria dissoluzione e al proprio ondeggiamento. (EM Cioran)


Francesco Hayez, La meditazioneIl dolore morale melanconico “ (…) è caratterizzato da una singolare “immobilità”, dalla sua fissità: esso non si muove, resta identico a se stesso dal principio alla fine di un accesso melanconico. E appunto questa immobilità patologica lo distingue dal dolore morale quale interviene quasi fatalmente nella nostra vita: nella nostra vita tutto è in moto, procede dal suo dinamismo di fondo; e anche la sofferenza si pone sotto lo stesso segno. Essa resta tributaria di tale moto, come tutti gli altri fenomeni fondamentali dell’esistenza umana: non è, non può essere statica. Può durare, accumularsi, ma, anche in tale durata, è in moto” (E Minkowski). Arnold Bocklin; Melancholie
Talvolta la sofferenza ha come l’aria di esaurirsi , di diventare atona, in una specie di anestesia affettiva. D’altra parte però, in altre circostanze, essa stessa, a quanto sembra, esige di venir superata, di permettere di nuovo, quali che siano la sua intensità e la sua durata, di rispondere ai richiami che comunque la vita lancia. In effetti non sempre vi riesce; la tendenza tuttavia si manifesta.

L’occhio guarda una realtà immobile. Ci sono, nella vita e nell’arte, malinconie fredde e glaciali, malinconie aride e artificiali, malinconie ancora aperte alla speranza e malinconie pietrificate in un presente immobile, in un tempo sospeso.(E Borgna)


Giorgio De Chirico, Piazza (Souvenir d'Italie)Husserl ha dato il nome di retentio, praesentatio e protentio ai momenti intenzionali da cui si costituiscono gli “oggetti temporali” passato, presente e futuro. Questi momenti sono inestricabilmente uniti l’uno all’altro e non devono essere considerati come sequenze temporali separate. Il Dasein, che nel mondo è trascendenza e si temporalizza, non consiste in una successione di istanti che si allineano uno dopo l’altro e si sommano; non è mai soltanto in un presente, ma si riferisce sempre anche ad un passato che su esso rifluisce e si precorre in un futuro. (Kuhn)
Il malinconico divenire vitale si interrompe bruscamente: è come se il tempo interiore, il tempo inerente all’io si fosse fermato e scorresse molto lentamente, da cui il senso della impossibilità al rinnovamento temporale. Il presente appare dilatato e stagnante, perde la sua funzione mediatrice tra passato e futuro; il passato gravita sul presente, bloccando il futuro e la prospettiva di possibilità. La vita che non scorre come anticipazione della morte.


Caravaggio, Maddalena addolorataLà dove la temporalità è imprevedibile, dove nessuna esperienza del passato interviene a ridurre lo spazio dell’ancora e nonostante tutto possibile e perciò del sempre incombente assistiamo a una presenza che si ripiega in se stessa, che si restringe e che, in contrapposizione all’espansione dell’attività, quasi si accartoccia nel tentativo di esporre il minimo di sé all’imprevisto. (U Galimberti)

Il corpo diventa un oggetto opaco e ingombrante di cui si avverte solo la sensazione di gravitazione, di devitalizzazione, di decomposizione, che ha perduto quelle sue intrinseche qualità di mezzo elastico, dinamico, vibrante, con il quale l’uomo si rapporta al mondo e nel quale riverberano emozioni, sentimenti e affetti.
Nella condizione opposta così Kierkegaard descrive: il mio corpo aveva perduto la sua pesantezza terrestre; si può dire che io non avevo più corpo… il mio cammino era alto, ma non rassomigliava al volo dell’uccello che fende l’aria per allontanarsi dalla terra, no, era come l’ondulare del grano sotto il vento, come lo scivolamento sognante delle nuvole. Il mio essere non era che pura trasparenza.


Piranesi, Serie "Carceri"Lo stile del melanconico è quello della perdita.
La rovina, oltre la perdita di denaro che significa, comporta un fattore di “privazione”, che oltrepassa l’aspetto materiale di tale perdita. (...)
L’avere si pone allo stesso livello dell’essere, tocca da vicino il desiderio: non possiamo desiderare quello che già abbiamo e, d’altra parte, la realizzazione di un desiderio si traduce sempre in un acquisto (di qualcosa che in generale rappresenta un bene). Chi non può più desiderare non ha più niente. E il desiderio, come vuole il dinamismo primitivo della vita, oltrepassa ciò che si ha, nel senso lato del termine, va verso l’accrescimento, ancora una volta in senso molto ampio. Il desiderio, lo slancio, son venuti meno. L’avvenire è impedito. (E Minkowski)






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categorie: psicologia, arte, pittura, minkowski
martedì, 27 marzo 2007

Di ritorno dalla mostra
“Turner e gli impressionisti”

 
 

Ne La Recherche Proust tratteggia il personaggio di Elstir, pittore di marine. Il fascino delle sue opere “consisteva in una specie di metamorfosi delle cose rappresentate, analoga a quella che in poesia si chiama metafora, e che se Dio Padre aveva creato le cose nominandole, Elstir le ricreava togliendo loro il nome, e dandogliene un altro (…) era appunto quella che, confrontando la terra al mare, sopprimeva tra loro ogni demarcazione”.
L’immaginaria produzione di Elstir, riflette la poetica di Whistler o Paul Helleu, ma suggerisce anche qualche affinità con l’opera dell’ultimo Monet. Del resto capita, osservando il mare – un paesaggio d’acqua, come lo definirebbe Monet, “di prendere una parte più scura per una cosa lontana, o di guardare con gioia una cosa azzurra e fluida”, senza sapere se appartenga al mare o al cielo. E’ la nostra razionalità a ristabilire poi “tra gli elementi la separazione” che la “prima impressione aveva abolito”. La pittura di Elstir, vivissima sebbene frutto dell’immaginazione dell’autore, riflette dunque la qualità rarefatta e mutante, ma non per questo illogica e disordinata, della scrittura proustiana, tesa a restituire l’intangibile armonia dei suoni e dei colori.
E’ con la memoria che l’uomo riconosce il senso delle incessanti trasformazioni cui il tempo sottopone la realtà, la storia, i sentimenti. Proust cerca nella lentezza e nella qualità cangiante della sua prosa ciò che gli impressionisti, soprattutto Monet, andavano cercando con la propria pittura.
Ed è soprattutto Monet, con la riproduzione ossessiva di un unico soggetto ritratto in diverse condizioni atmosferiche e l’attenzione spasmodica per il sottile ma inesorabile mutare del dato reale, a offrire una straordinaria traduzione su tela della ricerca proustiana. (S. Bartolena)
 
L’apparire che la natura fa non ne esaurisce mai la vita, è anzi ricchezza che seguita a manifestarsi senza sosta. La natura di Monet è sempre nuova a ogni percezione e dunque sempre nuova a ogni quadro. E in questo manifestarsi continuo della natura al nuovo sguardo è contenuto il tempo. Così la soggettività dello sguardo di Monet sta dentro un tempo cosmico.
E’ bella la frase di Bergson tratta dall'Evoluzione creatrice: “Dovunque qualcosa viva si apre da qualche parte un registro in cui si iscrive il tempo”. La natura che vive autorizza il tempo, ne è garante. Così il pittore impressionista, e Monet in modo precipuo, dipinge una natura con tempo, il tempo dentro la natura. (M. Goldin)
 
Nelle Ninfee del 1908 verticalità e orizzontalità si confondono: l’universo è verticale, orizzontale, ambidestro? Acqua o cielo? La luce è gialla o riflessa in verdi ormai senza identità: penetra attraverso le nuvole, risorge dai fondali scuri, in aperture dorate, verso un mondo sognato. E’ la stessa luce che alimenta i temporali, le ombre e i tramonti di Turner, a Venezia, in Inghilterra, sui laghi svizzeri: luoghi che sono una sorta di generatore, il supporto dell’artista, e che cedono la loro corporeità per trasformarsi in pittura pura. Il giallo è il simbolo della luce, dalle “Aurore” classiche ai giardini di Bonnard, alle aperture sull’inconscio di Odilon Redon, al fuoco di Rothko. Ci si trova immersi in percorsi lontani, altri cammini della storia che raggiungono, quasi, spazi di magia. (V. Anker)
 


  ascolta
Claude Achille Debussy, La Mer - I movimento
De l'aube à midì sur la mer (Dall'alba a mezzogiorno sul mare)

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Abbiamo nel cuore un solitario amore, nostra vita infinita, e negli occhi il cielo per nostro vario cammino. Le spiagge i cieli, la riva su cui sassi e rovi e il solitario equisèto, e colli erbosi grassi rioni, città dispiegate come belle bandiere, e nude prigioni. Questa è la nostra vita. Questi nostri volti vagabondi come musi di cani ci somigliano. Il vento il sole le corolle rosse e blu, i sogni mai sognati i nostri sogni. Questa è la nostra vita e nulla più.

Beppe Salvia



Le nostre parole, come baci soffiati, sono inghiottite da fantasmi lungo il cammino, le loro mete smarrite in un tocco di splendore infinito: com'è sempre distante ogni cosa, e tuttavia vicina, musica che comincia a salire come fumo sotto gli alberi.

Charles Wright


In un campo
io sono l’assenza
di campo.
E’
sempre così.
Ovunque io sia
io sono ciò che manca.
Quando cammino
separo l'aria
e sempre l'aria si fa avanti
a riempire gli spazi
che il mio corpo occupava.
Tutti abbiamo ragioni
per muoverci.
Io mi muovo
per tenere assieme le cose.

Mark Strand


E allora gli accadde l'oliva.

Gottfried Benn


...noi del paradiso l'abbiamo sempre
considerata una leggera esagerazione...

Jostein Gaarder

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